I libri di poesia, si sa, circolano in pochissime copie: raramente sono presenti in libreria, se non dove l'autore è conosciuto (spesso, nanche là...);
|
Lo sguardo che accusa è lo sguardo che mente
Conversazione sul bene e sulla poesia
Questo breve testo riprende una conversazione avvenuta il 16 maggio 2026 a Brigaldara, vicino a Verona, a casa dell’amica Paola, per festeggiare i miei quarant’anni di poesia ora raccolti nel volume La gioia è un turbine di quiete. Poesie 1995-2025, curato da Elena Petrassi e pubblicato da AnimaMundi. A conversare con me c’era Gaia Guarienti; Sandra Ceriani ha poi letto una scelta di poesie, alternate alle musiche originali di Gianmaria Rizzardi, composte in dialogo con me e da lui stesso eseguite al pianoforte.
L.G.
Gaia
Ci sono 40 anni di poesia in questa bellissima raccolta La gioia è un turbine di quiete. Qui c’è tutto il tuo itinerario esistenziale e il tuo itinerario poetico. Che cosa lega le varie raccolte? C’è un filo conduttore unico, mi sembra: sono raccolte di anni diversi, alcune rimaste fino a oggi inedite. Sono momenti diversi della tua vita, ma la tua cifra stilistica e poetica è chiarissima: è una voce inconfondibile.
Lorenzo
Il 2026 è stato un anno un po’ particolare per me: è uscito questo libro, che raccoglie 40 anni di poesia; ho compiuto 60 anni; mia moglie e io abbiamo festeggiato 25 anni di matrimonio, e non è una cosa da poco. C’è tanto, per me, oggi: proprio qui, in questo luogo e in questo momento. Ho cominciato a scrivere poesie molto presto, perché fin da bambino sentivo le parole come musica: come musica ripetevo tra me e me le poesie che ci insegnavano a scuola - cose del tipo: “Sul castello di Verona / batte il sole a mezzogiorno”; oppure “Ei fu siccome immobile / dato il mortal sospiro”. Le imparavo a memoria, le ripetevo all’infinito e sentivo queste parole nell’addome: le sentivo fisicamente. Non ero il bambino geniale che già avverte il proprio destino di sommo poeta: no, niente del genere! È che avevo un’attenzione innata per i suoni e per i ritmi: infatti, ho iniziato a suonare molto presto la chitarra classica e poi il liuto e altri strumenti. Per me, quelle parole erano un mondo di musica, ma erano anche qualcosa che mi aiutava a vivere, che mi aiutava a essere presente - perché mi sentivo spesso, e ancora mi sento, come se non ci fossi e non ci fossi mai stato: è difficile spiegare. Sono raccolte qui anche le poesie di quando avevo vent’anni, inedite, e poi di quando ne avevo trenta, inedite anch’esse fino a oggi. Alcune erano destinate a rimanere inedite fino a quando Giuseppe Conoci, in accordo con mia moglie Maddalena, mi ha proposto di preparare questo volume. Una sezione mi è particolarmente cara, quella che si intitola Fuoco alto la speranza: davvero, non pensavo di vederla pubblicata. Correggerne le bozze mi ha riportato a un mondo perduto in cui sono stato e che ho sempre ricordato privatamente, nel riserbo. Mi ero sposato nel 1993 con una ragazza che si chiamava Paola: era già sposata con il suo violino, però ha deciso di sposarsi anche con me. Poi, si è ammalata gravemente ed è morta nella notte tra l’8 e il 9 dicembre 1998, dopo una lunga serie di cure che non sono riuscite a salvarla: è stata una storia semplice, la nostra, e non solo di dolore. Così, ero rimasto solo e avevo traslocato in una casetta tra i ciliegi, in una valle esposta a nord; la sera, scendevo a conversare con i ciliegi, che non sono molto chiacchieroni ma capiscono tante cose. Un giorno mi è arrivata la lettera di una collega che avevo conosciuto a scuola diversi anni prima: ho saputo che è successo questo, ti sono vicina... Io, anziché scriverle per ringraziarla del pensiero, le ho telefonato: così, abbiamo iniziato a sentirci, poi a vederci; ci scambiavamo libri e ci scrivevamo lettere, perché siamo entrambi un po’ retrò. Un giorno, dopo aver passato una notte insonne (perché, avevo pensato, quello che è già successo si ripeterà: prima o poi, uno dei due vedrà morire l’altro), ho suonato alla sua porta. Lei mi ha aperto con uno scialle rosso e un coltello da cucina in mano, perché stava preparando anche per me: e io, sulla porta, le ho detto: “Mi sposi?”. Non le avevo mai detto neanche “ti amo”… Le poesie di Fuoco alto la speranza sono quelle che portavo a Paola in ospedale: lei me le chiedeva e io gliele portavo. Erano cose che scrivevo per lei, e non le leggerò questa sera: non è letteratura. Del resto, non ho mai fatto della letteratura, proprio no: scrivo per qualcuno, sempre; e per la vita, per vivere, per essere presente, per convincermi in qualche modo di esserci - perché ho sempre parecchi dubbi sulla mia esistenza e anche su chi sono, se ci sono. Scrivo per questo; e poi, si scrive per dare luce al mondo, non per spandere intorno altro fumo o altra notte, altra tenebra. Non si scrive per disprezzo, si scrive per amore; si scrive per assolvere, per liberare, per dare vita; si scrive per dire il bene. Il bene… il male lo dicono già in tanti, e lo vediamo tutti: non c’è bisogno che ne parli anch’io, e non è giusto dargli forza parlandone; se non riesco a dire del bene, preferisco tacere. Ho sempre cercato, come ho potuto, di testimoniare il bene. Non è che io non provi dolore, rabbia, rancori, invidie, rimpianti: non sono un allegrone che non si accorge del male onnipresente - “il male che risorge ancora, ancora e sempre, dopo i chiari mattini della speranza”, come scrisse Carlo Emilio Gadda: però, preferisco cercare di dare voce alla stima della vita, alla gratitudine - se ci riesco, se mi è possibile; altrimenti, evito di scrivere. Le poesie di Nel chiaro del perdono, invece, sono le poesie che portavo a Maddalena, che nelle poesie chiamo Layla: è un nome ebraico che significa “notte” (nella Bibbia, la salvezza viene di notte; e il suono di questo nome è come un canto di culla). Le scrivevo a matita, nei primi tempi della nostra vicinanza: mi alzavo la mattina e, andando a lavorare all’Istituto professionale dove insegnavo, passavo sotto casa sua e le mettevo una busta nella cassetta delle lettere; poi, quando ci siamo sposati e abbiamo iniziato a vivere nella stessa casa, gliele lasciavo sulla scrivania. Io sono sempre stato uno che si trattiene un po’ nelle retrovie: non sono “l’uomo che non deve chiedere mai”, come diceva una pubblicità di quando ero ragazzo - io chiedo, e anche per piacere, sempre ammesso che trovi il coraggio di chiedere, il che non è scontato (e tendenzialmente non accade). Era un diario quotidiano: dura ancora, adesso, dopo una pausa di molti anni. Tra quelle poesie, che erano cinque o seicento, il mio primo editore, Massimo Scrignòli, scelse 80 poesie e così nacque il mio primo volumetto edito. Non sento il bisogno di pubblicare tutto quello che scrivo: non sono Leopardi, e non mi dispiace che tanto di me vada perduto - perché è la sorte di tanto bene che vive sulla terra: non vedo perché non dovrebbe essere anche la mia. Il filo conduttore è un po’ questo: la vita. La vita è più grande di tutto - la vita piccola, semplice, minima, fragile: la vita che muore, che si ammala, che fatica, che spesso non ha idea di cosa fare, di dove sbattere la testa; la vita dei gesti quotidiani - la vita… il lavoro, le conversazioni, il tempo, gli anni, le fatiche, le gioie, le speranze: questa è la vita. Io voglio servire questa vita, voglio amarla, voglio testimoniarla. A viverla ci sto provando: non ci sono ancora riuscito del tutto, però sono sulla buona strada. E voglio rendere testimonianza al bene. Il bene è sempre tra le persone: il bene è dire “tu” e sentire un altro che ti dice “tu” - ti riconosci in quello sguardo, sai chi sei perché hai lo sguardo dell’altra persona. Quanti sguardi sono sguardi di disprezzo, di accusa: sono sguardi menzogneri, sguardi che mentono. Lo sguardo che accusa è lo sguardo che mente, e io non lo so contrastare, sono disarmato: tutti siamo disarmati davanti al male. Perché il male esiste e spesso è una scelta deliberata; a volte, invece, il male nasce dalla non presenza, dalla poca presenza, dalla non chiarezza su ciò che si è, dalla ricerca anche, di un bene frainteso - non sempre il male nasce da una scelta... l’unica cosa che io posso fare è rendere testimonianza al bene. Il bene è fatto delle piccole cose: è fatto di ciò che è degno della vita perché esiste, perché è debole, perché è fragile, perché sbaglia, perché è imperfetto. Le cose imperfette, alla fine, sono le più belle. Lo dice Pasternak nel dottor Zivago: quando Sonia prova vergogna dei suoi errori, lui le conferma che la ama più intensamente per questo - perché chi non ha mai sbagliato, chi è perfetto, chi è invulnerabile non conosce davvero la bellezza della vita: non ne sente il valore con la stessa intensità. È un po’ questo il filo conduttore delle poesie di quarant’anni; e c’è sempre un “tu”, qualcuno a cui io mi rivolgo: non è una finzione. Io scrivo sempre per qualcuno: non sono capace di parole astratte.
Gaia
C’è molta luce nella tua poesia, e dunque anche questi momenti bui sono sempre rischiarati da qualcosa di più. La tua ricerca è qualcosa di spirituale che ti deriva anche dalla lettura dei tuoi grandi poeti amati: Emily Dickinson, Paul Celan, Rainer Maria Rilke. Quanto conta anche questo tuo rapporto culturale con loro? Noto anche che tu nascondi la tua grandissima conoscenza: non la vuoi fare vedere. La rosa di alcune raccolte, ad esempio, ha un grande spessore culturale - ma tu non lo dai mai a vedere: non lo manifesti mai.
Lorenzo
Credo che sia esattamente come quando Gianmaria suona, e lo sentiremo suonare tra poco: muove le mani con naturalezza, tranquillo - sembra che non stia facendo nessuno sforzo, ma dietro i suoi gesti c’è una grande sapienza. Però, è giusto non farla vedere, o almeno così credo. Io appago il mio desiderio di poesia al 99% leggendo: leggo con tutto l’essere. Ricordo i versi: li ricordo a memoria, spesso li rievoco nel silenzio o li ripeto tra me e me. Li sento proprio fisicamente: i suoni, i ritmi… perché la poesia è una tessitura di suoni e di ritmi: non è solo questione di significati. Il suono e il ritmo creano qualcosa che mi affascina profondamente e che mi aiuta a vivere: però, quando si scrive una poesia non credo che sia bene fare sfoggio di cultura. Quando si scrive un saggio, si prepara il corredo di note e si esplicitano i riferimenti: è un’altra cosa. Una poesia, invece, io la percepisco come musica; e, come scrisse Mozart, la musica deve rimanere sempre musica - non si deve vedere lo sforzo, non si deve vedere cosa c’è dietro: è la punta dell’iceberg, e si vede solo quella. Ho fatto tanto lavoro di traduzione dai poeti amati - Celan, Rilke, Emily Dickinson… Tradurre vuol dire lasciar scendere dentro di sé un testo e cercare di risillabarlo nella propria lingua; però, il testo non può non sfuggire. Mi piace pensare che, di tutto quello che noi conosciamo e vediamo, tanto ci sfugge: viviamo una vita con una persona ma non possiamo dire di conoscerla; non conosciamo noi stessi al 90% - però, quando cominciamo a conoscerci scendendo dentro di noi, raramente abbiamo delle brutte sorprese. Le brutte sorprese sono per lo più immaginarie: ci immaginiamo che il nostro inconscio sia la terra dei leoni dove vivono chissà quali mostri e non è così - quando si va a esplorarlo, a capirlo, vediamo molte cose buone, e non sospettavamo nemmeno che ci fossero. Un testo poetico - una poesia di Rilke, di Celan, di Emily Dickinson - mi affascina profondamente, mi appaga, mi nutre, mi fa vivere, mi insegna: mi dice anche come si fa a scrivere poesia, perché per imparare si guardano i maestri. Un ragazzo che impara a suonare guarda il suo maestro e fa come il maestro: poi, piano piano, comincia a fare un po’ di testa propria - il maestro ha avuto questo scopo: di metterlo sulla sua strada. E un tratto del maestro, o anche più di uno, trasparirà sempre nella musica dell’allievo. È vero, io non faccio vedere tutto questo perché la musica deve restare sempre musica: non si fanno poesie con le citazioni esplicite - almeno, io non sono capace di farlo e non imparerò mai. Cerco di essere più semplice e più naturale possibile: il gesto semplice, la frase semplice, la parola chiara - con ciò che portano dentro, ma senza ostentazioni. Voglio essere capito, davvero: per rispetto nei confronti di tutti, anche di chi non mi leggerà mai. Penso che, quando Gianmaria è a casa sua che suona il pianoforte, probabilmente sta salvando il mondo anche se non lo sa: sta portando nel mondo qualcosa di bello, qualcosa di buono, anche se nessuno lo vede; ma c’è anche qualcun altro che guarda il mondo dall’alto, e l’aria la respiriamo tutti - tutto ciò che portiamo nell’aria, anche solo nella solitudine della nostra camera, è per tutti. Un pensiero che tenta la gioia, che tenta la pace, che tenta una serenità, che tenta una lungimiranza, che tenta una riconciliazione, che tenta di essere fedele alla luce, ecco: questo pensiero è per tutti, anche per quelli che non ne avranno mai notizia. La poesia deve essere così: latina, semplice, chiara, precisa; profonda ma non complicata; aperta, non chiusa; protesa a un interlocutore alla ricerca di un dialogo vero. Un poeta che amo molto, Roberto Carifi, ha scritto un verso meraviglioso, e darei qualunque cosa per averlo scritto io:“esatta è la parola / che viene a noi dal bene”. Perché è veramente così: le parole del bene sono esatte, sono chiare anche se non sempre le riusciamo a cogliere immediatamente; le parole del male, invece, sono un bla bla bla arzigogolato, confuso, minaccioso, retorico, magniloquente, impreciso. “Esatta è la parola / che viene a noi dal bene”: io penso che la poesia debba tentare questo.
Gaia
Una cosa che mi ha colpito è che queste poesie ti vengono naturalmente: me lo hai fatto vedere anche nella scrittura a mano. Le brutte copie non hanno quasi correzioni, o pochissime: è qualcosa che ti arriva.
Lorenzo
Entro in modalità musicale: in uno stato psichico in cui le parole vengono già pronte. Uso l’endecasillabo, il novenario, le cesure, le dieresi, le sineresi, le sinalefe, le dialefe, gli enjambements: tutto questo, però, mi viene spontaneo. Ho assimilato moltissimo, leggendo e studiando ma soprattutto traducendo. Entro in questa modalità per cui non ci devo pensare; poi, magari, controllo, mi metto lì per vedere se l’endecasillabo è corretto, se la metrica e la prosodia sono esatte; però, è qualcosa che mi viene automaticamente, in modo spontaneo e solo quando vuole, liberamente.
Gaia
Dicevamo che il tuo verso è un po’ l’esametro virgiliano.
Lorenzo
Sì, sono opere che ho amato molto: Virgilio, Lucrezio… l’esametro è anche il metro della poesia tedesca: Hölderlin e Rilke, ad esempio, lo usano tantissimo, e io l’ho proprio nell’orecchio. Spesso il mio endecasillabo ha un enjambement e il verso prosegue fino a un terzo o a metà dell’endecasillabo seguente, perché è più pensato sull’esametro che sull’endecasillabo.
Gaia
Un altro tema che tu tocchi è la natura, intesa nelle sue piccole cose: un passero, le briciole, la brina… Sono i dettagli che tu noti e da questi dettagli crei tutto un mondo.
Lorenzo
Osservo tanto, guardo tanto: in genere parlo molto poco, a meno che non cominci così, come stasera… però, osservo moltissimo. Fin da bambino mi perdevo ad osservare, e lo faccio anche adesso: osservo, guardo; non stendo la mano, guardo e basta. Mi piace moltissimo guardare, e spesso da un dettaglio, da una piccola cosa, sento nascere nell’addome una musica lontana. Entro in modalità musicale e scendono delle parole: scendono come neve, scendono quiete sul mio quadernetto. Non è che io dica: “voglio dire questo, e vorrei dirlo così e cosà”, no. No, è tutto diverso. Sono cresciuto sulle Torricelle, sulle colline a nord-est di Verona: i passeri, i fiori, gli abeti, le pigne cadute a terra, le foglie sparpagliate, i fiorellini che crescono adesso a primavera mi hanno sempre affascinato per quanto sono fragili, delicati e per questo bisognosi di protezione - ma chi può proteggere un passero, chi può proteggere un fiore? È esposto a qualunque vicissitudine, e tutte le cose sono limitate, vulnerabili, esposte, fragili: c’è una continua perdita dal mondo, un’emorragia ininterrotta di vita, di gioia, un continuo traboccare verso l’esterno che non sappiamo dove vada. Io spero che qualcuno ci sia che raccoglie tutto questo, lo credo e mi ci affido; e se posso, almeno con lo sguardo, raccogliere qualcosa di piccolo e testimoniare che esiste, ecco, come scrive Emily Dickinson, “non avrò vissuto invano”. La mia vita avrà un significato perché ho visto, ho testimoniato, ho riconosciuto la dignità - la degnità, direi - proprio degli esseri più piccoli. Questo vale anche per le persone: molti di voi sanno che ormai da qualche anno sono iscritto alla Società di Analisi Biografica a Orientamento Filosofico e che pratico come analista a impostazione junghiana, mentre da trentacinque anni insegno alle superiori, ora in una scuola tecnica, di quelle un po’ ruspanti… Quando mi trovo qualche ragazzino dei miei, magari segnato da grandi sofferenze, disorientato, spesso ostile - perché le famiglie stanno soffrendo tanto, la società sta soffrendo tanto - o mi trovo a prendermi cura di una persona che sta vivendo un grande dolore, magari anche in conseguenza dei suoi errori, degli sbagli che ha fatto, io provo il profondo desiderio che la dignità di questa vita sia riconosciuta e la sento come assolutamente evidente. La sento nelle persone, la sento in ogni cosa e prego che sia così: eternamente così. Come diceva Lacan, però - mi viene in mente, adesso, quando Maurizio Crozza imita Massimo Recalcati: “dice Lacan…” - il grande segreto della cura è “tacere l’amore”: spesso, se ti avvicini, se tocchi, in qualche modo profani lo spazio a cui ogni creatura ha dritto. Bisogna imparare anche a “tacere l’amore”: a rinunciare, magari, a stendere la mano per aiutare, pur tenendosi pronti, a portata di voce. A volte ci si deve proprio trattenere, stare fermi: sentire senza dire pur essendoci senza riserve. Addomesticare i passeri, da ragazzo, era il mio sport preferito: cioè, mi impegnavo a convincerli a salirmi sul dito; ci riesco ancora abbastanza, in uno dei miei luoghi preferiti, gli ex giardini delle Poste a Verona, in Piazza Indipendenza, dove vado spesso d’estate quando sono in città. Ci sono molti passerotti e c’è un modo molto efficace per farli salire: però, accetta solo uno su dieci. Gli altri nove no: sono nel loro diritto, è giusto che sia così, e il dito non deve pretendere di essere obbedito. Emily Dickinson scrisse: “non accostarti troppo alla dimora di una rosa”. Anche alle vite degli altri non ci si deve accostare troppo: si entra in punta di piedi, e solo se invitati - e, se invitati, a maggior ragione in punta di piedi. La preparazione per l’uscita di questo libro ha smosso molto dentro di me, e il torrente di poesie ha ripreso a traboccare dopo molti anni di silenzio: io accolgo, lascio che sia così. La sera, mi basta sedermi in silenzio perché scendano le parole. Non è stato sempre così, e sono felice che succeda di nuovo. Nel 2009 iniziai a scrivere per bambini e le mie energie andarono lì: il flusso si interruppe e la poesia tornò sporadicamente a trovarmi (per un periodo, lo fece in lingua inglese anziché in italiano). Ora, invece, eccola: finché vorrà e finché ci sarò, mi troverà qui. E le sarò grato anche quando se ne andrà.
da
La gioia è un turbine di quiete. Poesie 1985-2025,
a cura di Elena Petrassi, AnimaMundi, Otranto 2026
Nel chiaro del perdono
con una lettera di Roberta De Monticelli,
Collezione di poesia “Tabula”, n° 79,
a cura di Massimo Scrignòli,
Book Editore, Bologna 2002
O learn to read what silent love hath writ
W. Shakespeare, Sonnets
-------
Un riserbo, Layla, perché giunga
forse un polline mai visto, un fiore
azzurro dalla voce chiara - e tutto
sorga in ubbidienza, al tempo
adatto.
Benedico, Layla, e sembra
che si posi una carezza
sulla fronte sgombra d’empietà: quasi
l’ultimo saluto di un amico,
tenerezza o carità
non saprei dire.
Tanto bene, Layla, filtrerà
dai giorni ad una pace
pura - goccia a goccia,
ma senza interruzioni.
C’è come un intrecciarsi
degli istanti perché s’aprano
cunicoli accessibili alla luce
umana, inconfutabile.
Layla, come illumina le labbra
questa gioia tanto giovane
sul viso e già capace
d’invitare gli smarriti
angeli dal buio vento
al bacio della pace.
Riposano le cose, fiduciose
sotto l’arco della gola: è bello
accarezzarle - tutte,
se davvero è delicata
e dunque giusta la parola.
Tra i beati in questo mondo
c’è una sola qualità di gesto
umano, un ritrarsi dal contatto
e insieme una prontezza, uno scatto
d’ali aperte in chi conobbe l’ora
della mano vuota.
Layla, il dono immeritato
delle lacrime, lo so, non è
per tutti - eppure scinde ovunque
il bene dall’assurdo
in una forma così chiara
che vedremmo piangere
le stelle se venisse
negato ad occhi umani.
Non so, ma vorrei proprio
nella notte una sorpresa impensabile
di luce - così intensa,
Layla, da creare
nelle membra abbandonate come
stormi d’occhi aperti pronti
al volo.
Ho creduto quasi sempre
in una legge di pietà
nell’universo, persuaso
d’una giusta volontà
di tenerezza forse incredula
di sé, esitante nel mostrare
il suo potere. Eppure, il mondo
non domanda, Layla, non le chiede:
le offre asilo.
Chissà da dove vengono
le persone amate e poi
le altre apparizioni d’innocente
grazia immersa nel dolore
e nel ricordo: non c’è
moderazione, niente
limita le ore generose.
con una lettera di Roberta De Monticelli,
Collezione di poesia “Tabula”, n° 79,
a cura di Massimo Scrignòli,
Book Editore, Bologna 2002
O learn to read what silent love hath writ
W. Shakespeare, Sonnets
-------
Un riserbo, Layla, perché giunga
forse un polline mai visto, un fiore
azzurro dalla voce chiara - e tutto
sorga in ubbidienza, al tempo
adatto.
Benedico, Layla, e sembra
che si posi una carezza
sulla fronte sgombra d’empietà: quasi
l’ultimo saluto di un amico,
tenerezza o carità
non saprei dire.
Tanto bene, Layla, filtrerà
dai giorni ad una pace
pura - goccia a goccia,
ma senza interruzioni.
C’è come un intrecciarsi
degli istanti perché s’aprano
cunicoli accessibili alla luce
umana, inconfutabile.
Layla, come illumina le labbra
questa gioia tanto giovane
sul viso e già capace
d’invitare gli smarriti
angeli dal buio vento
al bacio della pace.
Riposano le cose, fiduciose
sotto l’arco della gola: è bello
accarezzarle - tutte,
se davvero è delicata
e dunque giusta la parola.
Tra i beati in questo mondo
c’è una sola qualità di gesto
umano, un ritrarsi dal contatto
e insieme una prontezza, uno scatto
d’ali aperte in chi conobbe l’ora
della mano vuota.
Layla, il dono immeritato
delle lacrime, lo so, non è
per tutti - eppure scinde ovunque
il bene dall’assurdo
in una forma così chiara
che vedremmo piangere
le stelle se venisse
negato ad occhi umani.
Non so, ma vorrei proprio
nella notte una sorpresa impensabile
di luce - così intensa,
Layla, da creare
nelle membra abbandonate come
stormi d’occhi aperti pronti
al volo.
Ho creduto quasi sempre
in una legge di pietà
nell’universo, persuaso
d’una giusta volontà
di tenerezza forse incredula
di sé, esitante nel mostrare
il suo potere. Eppure, il mondo
non domanda, Layla, non le chiede:
le offre asilo.
Chissà da dove vengono
le persone amate e poi
le altre apparizioni d’innocente
grazia immersa nel dolore
e nel ricordo: non c’è
moderazione, niente
limita le ore generose.
Nel centro del ricordo
Collezione di poesia “Tabula”, n° 106
A cura di Massimo Scrignòli
Book Editore, Bologna 2004
A Carlo Menozzi:
le stagioni, dialogando
“We only know what time of Year
We took the Mystery”.
EMILY DICKINSON
NOTA PER LA LETTURA
Recitazione a due voci, assolutamente sonora: due voci maschili.
Ogni serie è un'unità: compiuta in sé: una sola poesia.
-------
Dedica
Vedremo, Carlo, il nostro Dio
sortire dalle noci, dalle bacche
aperte in forma di rugoso
seme o succo scuro e dare
presto in una selva di germogli
e segni, e poi radici e tronchi
e rami, e frutti di terrestre
gioia nella luce rapida,
cresciuta insieme a lui scrivendo
questa era la terra, questo
il senso del rigoglio
inarrestato, delle tante
perdite, del sole
in alfabeti
di risorta vita, in segni
scuri: con il succo amaro
delle bacche contro il giubilo
abbagliante della luce.
Le gemme hai visto aperte
1
Vorrei dirti, sai - ma tu sai tutto
dall’eterno
non importa, e poi
la voce ha un timbro nuovo,
dà sostanza e corpo, preme
ciò che sento e lo matura: nasce
il vino dell’eterno dalla voce
che racconta e versa in me: raccolgo
volentieri, tengo in serbo
come
vino, dunque, vorrei cederti
un racconto, come grappoli
premuti e chiusi a lungo, fermentati
dentro il rovere o la quercia: anch’io
così lo voglio.
2
Non perché qualcuno attenda
nell’urgenza estrema, non per questo
solamente
tu non sai, non puoi sapere
fino a quanto, non perfettamente
ma perché vedrei un fremito
di gioia nella macchia dietro casa
e levare il capo gli scoiattoli
sorpresi, volgerlo con segni
di saziata quiete all’improvviso
e nocciole aperte, rosicchiate
in parte rotolare sulle foglie
morte, un suono secco e ripetuto,
rimbalzato e la fulminea
corsa delle code fulve giù
per loro, a ritrovarle
perché il rito della vita
si riprenda, uguale a sé
non credo:
lo vedrei piuttosto confermato
nella propria libertà
di esistere, convinto d’innocenza
da quel tuo disteso vólto apparso
come in filigrana nella luce.
3
Dove sorge il vento e torna, forse
nulla è mutamento, non si muove
foglia o erba, non s’avverte
una perenne fuga d’ali e voci
come qui dove non sosta mai né
mormora di sé ma solo induce
a confidenza d’ali e foglie,
innalza voci, ancora
libera i racconti delle erbe
guarda bene, adesso, come
luccica la brina e varia il tono
della luce, muove luce appena
il vento sfiora e suscita,
consente: questa
luce limpida d’inverno e quasi
liquida, lacustre
e dove sorge
il vento e torna, forse tutto
è mutamento come adesso
e confidenza d’ali e foglie
quietamente nella luce
originaria.
Collezione di poesia “Tabula”, n° 106
A cura di Massimo Scrignòli
Book Editore, Bologna 2004
A Carlo Menozzi:
le stagioni, dialogando
“We only know what time of Year
We took the Mystery”.
EMILY DICKINSON
NOTA PER LA LETTURA
Recitazione a due voci, assolutamente sonora: due voci maschili.
Ogni serie è un'unità: compiuta in sé: una sola poesia.
-------
Dedica
Vedremo, Carlo, il nostro Dio
sortire dalle noci, dalle bacche
aperte in forma di rugoso
seme o succo scuro e dare
presto in una selva di germogli
e segni, e poi radici e tronchi
e rami, e frutti di terrestre
gioia nella luce rapida,
cresciuta insieme a lui scrivendo
questa era la terra, questo
il senso del rigoglio
inarrestato, delle tante
perdite, del sole
in alfabeti
di risorta vita, in segni
scuri: con il succo amaro
delle bacche contro il giubilo
abbagliante della luce.
Le gemme hai visto aperte
1
Vorrei dirti, sai - ma tu sai tutto
dall’eterno
non importa, e poi
la voce ha un timbro nuovo,
dà sostanza e corpo, preme
ciò che sento e lo matura: nasce
il vino dell’eterno dalla voce
che racconta e versa in me: raccolgo
volentieri, tengo in serbo
come
vino, dunque, vorrei cederti
un racconto, come grappoli
premuti e chiusi a lungo, fermentati
dentro il rovere o la quercia: anch’io
così lo voglio.
2
Non perché qualcuno attenda
nell’urgenza estrema, non per questo
solamente
tu non sai, non puoi sapere
fino a quanto, non perfettamente
ma perché vedrei un fremito
di gioia nella macchia dietro casa
e levare il capo gli scoiattoli
sorpresi, volgerlo con segni
di saziata quiete all’improvviso
e nocciole aperte, rosicchiate
in parte rotolare sulle foglie
morte, un suono secco e ripetuto,
rimbalzato e la fulminea
corsa delle code fulve giù
per loro, a ritrovarle
perché il rito della vita
si riprenda, uguale a sé
non credo:
lo vedrei piuttosto confermato
nella propria libertà
di esistere, convinto d’innocenza
da quel tuo disteso vólto apparso
come in filigrana nella luce.
3
Dove sorge il vento e torna, forse
nulla è mutamento, non si muove
foglia o erba, non s’avverte
una perenne fuga d’ali e voci
come qui dove non sosta mai né
mormora di sé ma solo induce
a confidenza d’ali e foglie,
innalza voci, ancora
libera i racconti delle erbe
guarda bene, adesso, come
luccica la brina e varia il tono
della luce, muove luce appena
il vento sfiora e suscita,
consente: questa
luce limpida d’inverno e quasi
liquida, lacustre
e dove sorge
il vento e torna, forse tutto
è mutamento come adesso
e confidenza d’ali e foglie
quietamente nella luce
originaria.
Le rose più di tutto
Quadernetto n° 9
a cura di Roberto Dossi
I Quaderni di Orfeo, Milano 2005
(99 copie numerate)
-----------------
I
Le parole, Layla: semplicissime -
durezza ulivi e sole, inverno
chissà come attraversato,
i pollini nell’aria e il giorno
terso, la pioggia i passeri
le rose – loro sì, le rose
più di tutto: e chiedo
tra noi due se mai ricordino
del morso della brina,
la terra dura e bianca nella fuga
abbacinante della luce – forse
questo le fa carne tenera
dell’anno, e dono e sangue
per la tua giustizia.
II
I passeri nell’ombra delle prime
rose, del glicine sospeso a veglia
in pieno sole mentre vanno
alla ricerca dove sorge
il rosmarino nella macchia
immensurabile per loro, passo
a passo – domestico è lo spazio,
coltivato – e salto e volo
breve, io degnissimi
li credo della luce intorno,
della luce ancora e d’altra luce
di frescura e pasto, d’ogni bene
immensurabile per loro degni e degni
nella luce adesso, nella vita.
III
(… di loro no, nemmeno più parola
o cenno, ai passeri
puoi dire tanto ancora senza
suono mai, non visto i tuoi pensieri
come pollini di rosa o
primule minuscole
sensibili per loro quando tuffano
dal folto dell’abete da chissà
quale dovere o svago nella vita
calda, mobilissima, visibile
quel tanto che ci placa intimamente,
Layla, e ci perdona nello sguardi ,
solo gioia e quieto augurio,
solo questo per i passeri, nel vero)
Quadernetto n° 9
a cura di Roberto Dossi
I Quaderni di Orfeo, Milano 2005
(99 copie numerate)
-----------------
I
Le parole, Layla: semplicissime -
durezza ulivi e sole, inverno
chissà come attraversato,
i pollini nell’aria e il giorno
terso, la pioggia i passeri
le rose – loro sì, le rose
più di tutto: e chiedo
tra noi due se mai ricordino
del morso della brina,
la terra dura e bianca nella fuga
abbacinante della luce – forse
questo le fa carne tenera
dell’anno, e dono e sangue
per la tua giustizia.
II
I passeri nell’ombra delle prime
rose, del glicine sospeso a veglia
in pieno sole mentre vanno
alla ricerca dove sorge
il rosmarino nella macchia
immensurabile per loro, passo
a passo – domestico è lo spazio,
coltivato – e salto e volo
breve, io degnissimi
li credo della luce intorno,
della luce ancora e d’altra luce
di frescura e pasto, d’ogni bene
immensurabile per loro degni e degni
nella luce adesso, nella vita.
III
(… di loro no, nemmeno più parola
o cenno, ai passeri
puoi dire tanto ancora senza
suono mai, non visto i tuoi pensieri
come pollini di rosa o
primule minuscole
sensibili per loro quando tuffano
dal folto dell’abete da chissà
quale dovere o svago nella vita
calda, mobilissima, visibile
quel tanto che ci placa intimamente,
Layla, e ci perdona nello sguardi ,
solo gioia e quieto augurio,
solo questo per i passeri, nel vero)
Luce alla mia destra
(Sonetti a due voci)
Collezione di poesia “Tabula”, n° 124,
a cura di Massimo Scrignòli,
Book Editore, Bologna 2006
A Layla: qui, con lei
NOTA PER LA LETTURA
Recitazione a due voci, assolutamente sonora: in tondo la voce maschile, in corsivo la femminile. Tenerezza virile e volitiva lungimiranza femminile.
Ogni serie è un'unità: compiuta in sé: una sola poesia.
NOTA SULLA RICORRENZA DELL'IMMAGINE DELLA ROSA
A proposito del pensiero zoharico, nota G. Busi, Simboli del pensiero ebraico, p. 414: "La forza apotropaica di šošannah [plurale di šošan, "rosa", n.d.r.]trovò una spiegazione ulteriore nella corrispondenza tra i componenti della corolla e le lettere del Tetragramma, yod, he, waw, he: “La rosa ha cinque petali all’interno e cinque all’esterno, che equivalgono alle due he, mentre lo stelo è la waw e il pistillo è la yod”. E’ la struttura visiva della rosa a guidare, in questo caso, il collegamento con le consonanti ebraiche, con un movimento che trae origine dai petali, per scendere lungo il gambo e tornare poi al centro del fiore. Ne risulta una singolare alterazione del nome di Dio, che viene per così dire riscritto alla rovescia, ponendo per ultima la yod iniziale. Ben lungi dall’essere il risultato di un semplice capriccio simbolico, questo nome speculare è in realtà del tutto coerente con lo statuto della rosa mistica, segno visibile della sephirah malkut (regno), che, secondo la tradizione cabbalistica, è lo 'specchio opaco' nel quale si riflette l’emanazione superna: la rosa accoglie pertanto metaforicamente la potenza divina e ne rende manifesta l’intensità".
------------
…non ancora brina, solo attesa
qui di tanto che verrà
nella stagione esatta: neve
ancora, neve assorta
in sé, neve soltanto, non presaga
neve, non senziente, neve
sola, silenziosa neve a proprio
istinto d’incredibile silenzio
e crolli da improvvisi rami e mai
dissolta neve, mai cangiante -
non ancora neve, solo attesa,
neanche brina intorno, solo attesa
e giorni e rose, solo attesa…
Prima serie
D’ulivi e luce
1
Il glicine ricurvo, non direi
che guardi verso terra muove
i fiori verso l'alto come
può per grazia e desiderio
e cerca e trova nella terra
gli elementi dell'azzurro
e si diffonde nella terra, impara
l'arte inimitabile: parlarle
suscitando e poi chiamando,
confidando in lei, dicendo
con celesti nomi sbigottite
ombre così pronte all'obbedienza
da gridare risalendo azzurro
il dentro della terra.
2
Così, fraternità d'ulivi e luce
semprecupo verde, argento
vivo: la fronda che sussulta
e muta e un po' trattiene
della luce intensa e qui la sola
gradazione in fuga, rifiutata
dalle foglie, inconsumata,
lei soltanto dà notizie:
testimonia una bontà nel mondo
un'alleanza di lattanti foglie
e luce nutriente: un'abbondanza,
luce più del necessario e quella
sola gradazione in fuga rifiutata
per l'eterno, inconsumata.
3
Sei qui, superflua parte
della luce: tu lampo sulla rètina,
infecondo tu sola gradazione
in fuga, rifiutata,
inconsumata fedelissima
porzione della luce, io non so
come ti accendi del felice
evento: luce in corsa
tra le linfe, nelle cave
nervature delle foglie e qui
dichiari, esulti come argento vivo
e forma che verrà moltiplicata
ancora e presto tu purissima,
felice quanto più dimenticata.
(Sonetti a due voci)
Collezione di poesia “Tabula”, n° 124,
a cura di Massimo Scrignòli,
Book Editore, Bologna 2006
A Layla: qui, con lei
NOTA PER LA LETTURA
Recitazione a due voci, assolutamente sonora: in tondo la voce maschile, in corsivo la femminile. Tenerezza virile e volitiva lungimiranza femminile.
Ogni serie è un'unità: compiuta in sé: una sola poesia.
NOTA SULLA RICORRENZA DELL'IMMAGINE DELLA ROSA
A proposito del pensiero zoharico, nota G. Busi, Simboli del pensiero ebraico, p. 414: "La forza apotropaica di šošannah [plurale di šošan, "rosa", n.d.r.]trovò una spiegazione ulteriore nella corrispondenza tra i componenti della corolla e le lettere del Tetragramma, yod, he, waw, he: “La rosa ha cinque petali all’interno e cinque all’esterno, che equivalgono alle due he, mentre lo stelo è la waw e il pistillo è la yod”. E’ la struttura visiva della rosa a guidare, in questo caso, il collegamento con le consonanti ebraiche, con un movimento che trae origine dai petali, per scendere lungo il gambo e tornare poi al centro del fiore. Ne risulta una singolare alterazione del nome di Dio, che viene per così dire riscritto alla rovescia, ponendo per ultima la yod iniziale. Ben lungi dall’essere il risultato di un semplice capriccio simbolico, questo nome speculare è in realtà del tutto coerente con lo statuto della rosa mistica, segno visibile della sephirah malkut (regno), che, secondo la tradizione cabbalistica, è lo 'specchio opaco' nel quale si riflette l’emanazione superna: la rosa accoglie pertanto metaforicamente la potenza divina e ne rende manifesta l’intensità".
------------
…non ancora brina, solo attesa
qui di tanto che verrà
nella stagione esatta: neve
ancora, neve assorta
in sé, neve soltanto, non presaga
neve, non senziente, neve
sola, silenziosa neve a proprio
istinto d’incredibile silenzio
e crolli da improvvisi rami e mai
dissolta neve, mai cangiante -
non ancora neve, solo attesa,
neanche brina intorno, solo attesa
e giorni e rose, solo attesa…
Prima serie
D’ulivi e luce
1
Il glicine ricurvo, non direi
che guardi verso terra muove
i fiori verso l'alto come
può per grazia e desiderio
e cerca e trova nella terra
gli elementi dell'azzurro
e si diffonde nella terra, impara
l'arte inimitabile: parlarle
suscitando e poi chiamando,
confidando in lei, dicendo
con celesti nomi sbigottite
ombre così pronte all'obbedienza
da gridare risalendo azzurro
il dentro della terra.
2
Così, fraternità d'ulivi e luce
semprecupo verde, argento
vivo: la fronda che sussulta
e muta e un po' trattiene
della luce intensa e qui la sola
gradazione in fuga, rifiutata
dalle foglie, inconsumata,
lei soltanto dà notizie:
testimonia una bontà nel mondo
un'alleanza di lattanti foglie
e luce nutriente: un'abbondanza,
luce più del necessario e quella
sola gradazione in fuga rifiutata
per l'eterno, inconsumata.
3
Sei qui, superflua parte
della luce: tu lampo sulla rètina,
infecondo tu sola gradazione
in fuga, rifiutata,
inconsumata fedelissima
porzione della luce, io non so
come ti accendi del felice
evento: luce in corsa
tra le linfe, nelle cave
nervature delle foglie e qui
dichiari, esulti come argento vivo
e forma che verrà moltiplicata
ancora e presto tu purissima,
felice quanto più dimenticata.
Di giorni ancora
KADDISH ai vivi e ai morti
(Inedito)
NOTA
E' detta Kaddish la preghiera ebraica che accompagna e scandisce l’esperienza del lutto. In apertura, si riporta la traduzione del testo ashkenazita.
Sulla storia, l'uso e il significato del Kaddish si veda L. Wieseltier, Kaddish, Mondadori, Milano 2000 (traduzione di E. Loewenthal).
NOTA PER LA LETTURA
Lettura sempre a due voci, assolutamente sonora. In tondo la voce maschile, in corsivo la femminile. Proclamazione, quasi: piena, liturgica, a volte animandosi: fervore trattenuto, che affiori a tratti e pervada, in crescendo. Ampie quando opportuno le vocali, scanditi i gruppi consonantici; attenzione ai valori metrici e prosodici; misurate le pause.
Dopo Dedica una larga pausa; i testi di Kaddish l’uno di seguito all’altro, nell’ordine, intervallati da una pausa breve: una sola poesia.
MAGNIFICATO E SANTIFICATO SIA IL SUO GRANDE NOME
NEL MONDO CHE EGLI HA CREATO SECONDO LA SUA VOLONTÀ.
POSSA GIUNGERE IL SUO REGNO
NELLE VOSTRE VITE E NEI VOSTRI GIORNI
E NELLE VITE DI TUTTA LA CASA D’ISRAELE
PRESTO E IN UN TEMPO VICINO,
E DITE TUTTI AMEN!
AMEN! SIA BENEDETTO IL SUO GRANDE NOME
PER L’ETERNITÀ E PER L’ETERNITÀ DELL’ETERNITÀ!
BENEDETTO E LODATO E GLORIFICATO ED ELEVATO ED ESALTATO
E ONORATO E SUBLIMATO E LODATO
SIA IL NOME DEL SANTO - SIA BENEDETTO -
SOPRA TUTTE LE BENEDIZIONI E INNI E CONSOLAZIONI
PRONUNCIATI IN QUESTO MONDO,
E DITE TUTTI AMEN!
POSSA UNA GRANDE PACE DAL CIELO E UNA BUONA VITA
SCENDERE SU DI NOI E SU TUTTO ISRAELE,
E DITE TUTTI AMEN!
POSSA COLUI CHE STABILISCE LA PACE NEI SUOI LUOGHI ECCELSI
STABILIRE LA PACE SU DI NOI E SU TUTTO ISRAELE,
E DITE TUTTI AMEN!
(KADDISH ASKENAZITA)
-------
Dedica
Spesso, nella dura, estrema
debolezza - quando tanto c’è
da fare e il male avanza mentre
con le mani nude edifichiamo
argini di sabbia e sangue nostro
inutilmente, senza più
pensiero, senza forze vere
un giorno dopo l’altro - ecco,
appaiono figure di scoperti amici,
di alleati alacri quanto noi
(è dopo, Layla, quando nulla
resta più da contrastare e porti
i segni della resa
e del dolore concavo, del vuoto
in cui vagare devastato,
debolissimo e confuso
in un cratere vasto
d’esistenza e tempo - dopo,
quando nulla senti più
né vedi nulla e dài
richiami ripetuti a chi
sta intorno - è dopo
che svaniscono figure umane,
che fuggono da te per colpe
che non sai e non ricordi più
nemmeno i loro volti, non ricordi
neanche più se sono stati).
1
...vorrei di lui, parlargli appena
quanto dura un soffio
tra le piume leggere del taràssaco
sul ciglio d’una strada fuori mano:
dissipare quel dolore a grappoli
bianchissimi sul viso
solo il Nome,
il Nome per l’eterno e a te la voce
adesso, a te la lode
solo questo:
non di lui quaggiù nel tempo incerto,
non parole sue per noi, ma nostre
al solo Nome già tre volte santo
il Nome, guarda: puoi vederlo
scendere nel soffio che gli hai chiesto
tra le vigne intorno a casa:
dagli lode, dàlla a piena voce
io vorrei di lui, non so
da dove scenda il Nome:
so vicende di ciliegi e rose,
di ranuncoli e di mite
valeriana, imparo
tante cose conversando
con le erbe di anno in anno
le stagioni sai, e il Nome
cerca te dove accarezzi il poco
mondo conosciuto, attende
là che tu santifichi
la pena delle mandorle spiccate
verso terra e poi la gioia loro
che ricordi.
2
Presto, perché tanto incontra
una ferita aperta nella terra
una ferita, e non piuttosto
un arco d’ombra luminoso
nell’interno, un varco
nero ma pur sempre splendido,
regale?
Una ferita
aperta, e con dolore di ferita
ingiusta, di patita offesa
irrimediabile comunque,
un colpo inferto senza mai ragione
o carità in se stesso
vuole
dirsi, essere detta in questa nuda
identità, guardata con sgomento
esatto, ne sei certo?
la ferita aperta
resta ciò che è, non chiede mai
di sé all’Eterno e ancora
meno a noi che non possiamo
penetrarla finché dura il nostro
andare eretti, illesi dentro il gioco
della vita intatta
la vedrai
tu pure dall’interno, cederai
disfatto alla sorpresa del suo mondo
e tu che puoi, mio Dio,
trattieni sempre questa voce
se tentasse l’empietà
di dire luce al sangue o dire
grazia a ciò ch’è colpo
e strazio solamente
tu che puoi,
mio Dio, diffondi nella voce
il Nome solo perché tutto
resti eternamente ciò che è:
ferita e varco e dolorata
soglia lei ch’è appunto questo.
KADDISH ai vivi e ai morti
(Inedito)
NOTA
E' detta Kaddish la preghiera ebraica che accompagna e scandisce l’esperienza del lutto. In apertura, si riporta la traduzione del testo ashkenazita.
Sulla storia, l'uso e il significato del Kaddish si veda L. Wieseltier, Kaddish, Mondadori, Milano 2000 (traduzione di E. Loewenthal).
NOTA PER LA LETTURA
Lettura sempre a due voci, assolutamente sonora. In tondo la voce maschile, in corsivo la femminile. Proclamazione, quasi: piena, liturgica, a volte animandosi: fervore trattenuto, che affiori a tratti e pervada, in crescendo. Ampie quando opportuno le vocali, scanditi i gruppi consonantici; attenzione ai valori metrici e prosodici; misurate le pause.
Dopo Dedica una larga pausa; i testi di Kaddish l’uno di seguito all’altro, nell’ordine, intervallati da una pausa breve: una sola poesia.
MAGNIFICATO E SANTIFICATO SIA IL SUO GRANDE NOME
NEL MONDO CHE EGLI HA CREATO SECONDO LA SUA VOLONTÀ.
POSSA GIUNGERE IL SUO REGNO
NELLE VOSTRE VITE E NEI VOSTRI GIORNI
E NELLE VITE DI TUTTA LA CASA D’ISRAELE
PRESTO E IN UN TEMPO VICINO,
E DITE TUTTI AMEN!
AMEN! SIA BENEDETTO IL SUO GRANDE NOME
PER L’ETERNITÀ E PER L’ETERNITÀ DELL’ETERNITÀ!
BENEDETTO E LODATO E GLORIFICATO ED ELEVATO ED ESALTATO
E ONORATO E SUBLIMATO E LODATO
SIA IL NOME DEL SANTO - SIA BENEDETTO -
SOPRA TUTTE LE BENEDIZIONI E INNI E CONSOLAZIONI
PRONUNCIATI IN QUESTO MONDO,
E DITE TUTTI AMEN!
POSSA UNA GRANDE PACE DAL CIELO E UNA BUONA VITA
SCENDERE SU DI NOI E SU TUTTO ISRAELE,
E DITE TUTTI AMEN!
POSSA COLUI CHE STABILISCE LA PACE NEI SUOI LUOGHI ECCELSI
STABILIRE LA PACE SU DI NOI E SU TUTTO ISRAELE,
E DITE TUTTI AMEN!
(KADDISH ASKENAZITA)
-------
Dedica
Spesso, nella dura, estrema
debolezza - quando tanto c’è
da fare e il male avanza mentre
con le mani nude edifichiamo
argini di sabbia e sangue nostro
inutilmente, senza più
pensiero, senza forze vere
un giorno dopo l’altro - ecco,
appaiono figure di scoperti amici,
di alleati alacri quanto noi
(è dopo, Layla, quando nulla
resta più da contrastare e porti
i segni della resa
e del dolore concavo, del vuoto
in cui vagare devastato,
debolissimo e confuso
in un cratere vasto
d’esistenza e tempo - dopo,
quando nulla senti più
né vedi nulla e dài
richiami ripetuti a chi
sta intorno - è dopo
che svaniscono figure umane,
che fuggono da te per colpe
che non sai e non ricordi più
nemmeno i loro volti, non ricordi
neanche più se sono stati).
1
...vorrei di lui, parlargli appena
quanto dura un soffio
tra le piume leggere del taràssaco
sul ciglio d’una strada fuori mano:
dissipare quel dolore a grappoli
bianchissimi sul viso
solo il Nome,
il Nome per l’eterno e a te la voce
adesso, a te la lode
solo questo:
non di lui quaggiù nel tempo incerto,
non parole sue per noi, ma nostre
al solo Nome già tre volte santo
il Nome, guarda: puoi vederlo
scendere nel soffio che gli hai chiesto
tra le vigne intorno a casa:
dagli lode, dàlla a piena voce
io vorrei di lui, non so
da dove scenda il Nome:
so vicende di ciliegi e rose,
di ranuncoli e di mite
valeriana, imparo
tante cose conversando
con le erbe di anno in anno
le stagioni sai, e il Nome
cerca te dove accarezzi il poco
mondo conosciuto, attende
là che tu santifichi
la pena delle mandorle spiccate
verso terra e poi la gioia loro
che ricordi.
2
Presto, perché tanto incontra
una ferita aperta nella terra
una ferita, e non piuttosto
un arco d’ombra luminoso
nell’interno, un varco
nero ma pur sempre splendido,
regale?
Una ferita
aperta, e con dolore di ferita
ingiusta, di patita offesa
irrimediabile comunque,
un colpo inferto senza mai ragione
o carità in se stesso
vuole
dirsi, essere detta in questa nuda
identità, guardata con sgomento
esatto, ne sei certo?
la ferita aperta
resta ciò che è, non chiede mai
di sé all’Eterno e ancora
meno a noi che non possiamo
penetrarla finché dura il nostro
andare eretti, illesi dentro il gioco
della vita intatta
la vedrai
tu pure dall’interno, cederai
disfatto alla sorpresa del suo mondo
e tu che puoi, mio Dio,
trattieni sempre questa voce
se tentasse l’empietà
di dire luce al sangue o dire
grazia a ciò ch’è colpo
e strazio solamente
tu che puoi,
mio Dio, diffondi nella voce
il Nome solo perché tutto
resti eternamente ciò che è:
ferita e varco e dolorata
soglia lei ch’è appunto questo.